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I risultati dell’Indagine sugli effetti del Covid-19 per l’industria manifatturiera dell’Emilia-Romagna







Indagine sugli effetti del Covid-19 per l’industria manifatturiera dell’Emilia-Romagna[1]
L’indagine conferma un calo significativo dell’attività economica, sia in termini di produzione sia di vendite sul mercato interno ed estero nella prima metà del 2020.

La domanda ha subito un crollo senza precedenti e l’occupazione solo grazie agli interventi governativi ha contenuto le conseguenze, altrimenti molto pesanti, derivate dall’emergenza sanitaria.

Per quanto riguarda le prospettive a breve, le risposte delle imprese evidenziano la forte incertezza del quadro economico: sia le prospettive sulla produzione sia quelle sulla domanda vedono il campione distribuirsi in modo equo fra chi si aspetta un aumento, chi una stazionarietà, chi una riduzione. Ciò a conferma di un quadro molto difficile da interpretare, diversificato fra settori e dimensioni aziendali, con aziende che vedono una prospettiva positiva, altre che faticano a riattivare il ciclo economico, altre per le quali la prospettiva rimane più difficile e in peggioramento.

 

La situazione a giugno 2020

Secondo i risultati del campione intervistato, la produzione industriale ha subito un calo medio del 16,2% nel primo semestre 2020 (rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente). Le vendite hanno subito una contrazione media del 17,3%, alla quale contribuisce in misura maggiore il mercato interno (-18,1%) rispetto a quello estero (-15,7%).

Gli andamenti sono molto diversificati: un’azienda su quattro ha subito cali di fatturato superiore al 30%; poco meno di una su cinque è riuscita a mantenere il fatturato in terreno positivo. La metà del campione ha registrato cali di fatturato fino al 30%.

L’occupazione industriale, grazie agli ammortizzatori sociali finalizzati a scongiurare la perdita di posti di lavoro durante il lockdown, nel primo semestre non ha risentito significativamente della situazione di crisi (-0,2%), ma per i prossimi mesi le prospettive sono in peggioramento.

Più di un’azienda su due ha registrato una diminuzione degli ordini dall’estero nel 1° semestre (saldo aumento/diminuzione di -42 punti), due aziende su tre hanno registrato una contrazione degli ordini totali (saldo aumento/diminuzione di -53 punti).

Andamenti diversificati, ma sempre negativi, fra settori: cali di produzione dell’ordine del 20% per il metalmeccanico, vicini al 30% per il tessile/abbigliamento, più contenuti per il settore della ceramica (-15%). Il settore agroalimentare, nonostante alcuni comparti abbiano sperimentato una crescita nei mesi scorsi, ha registrato un andamento nel complesso negativo, ma più contenuto (-6,8%), rispetto agli altri settori.

 

Prospettive per la seconda parte del 2020

Si conferma una forte incertezza dello scenario economico nei prossimi mesi. Le aspettative delle imprese si distribuiscono in modo uniforme fra le diverse opzioni: per un terzo delle imprese il contesto rimarrà stazionario e continuerà ad essere caratterizzato da dinamiche difficili per produzione e ordini; per un altro terzo ci sono aspettative di miglioramento, ma il restante terzo delle imprese si aspetta un peggioramento ulteriore della situazione economica.

Il saldo fra ottimisti e pessimisti evidenzia il momento storico molto difficile se si confronta con i risultati della tradizionale indagine congiunturale che registra solitamente saldi positivi di almeno 10-15 punti.

Il dato che più preoccupa in prospettiva è relativo all’occupazione, con 3 imprese su quattro che prevedono stazionarietà nei livelli occupazionali e il 17,5% si aspetta un calo.

Le previsioni economiche, mai come in questa fase storica, risentono della dimensione d’impresa. Saldi negativi per le piccole imprese per produzione e domanda (totale ed estera), mentre la prospettiva cambia per le medie imprese (saldo ottimisti/pessimisti +14 per produzione e +11 per domanda totale) e, soprattutto, per le grandi (il saldo è +41 per la produzione e +39 per la domanda).

[1] L’indagine ha visto il coinvolgimento di 323 imprese associate dell’Emilia-Romagna, appartenenti al settore manifatturiero, per un totale di 32.432 addetti e un fatturato complessivo di 10,6 miliardi di euro (56% piccole imprese, 35% medie e 9% grandi). Il fatturato da export delle imprese del campione è pari in media a più del 50% del fatturato totale (37,4% per le piccole, 43,6% per le medie, 70,5% per le grandi imprese). La distribuzione settoriale vede poco più della metà delle imprese del campione appartenere al settore metalmeccanico, un 10% al settore della gomma/plastica, un altro 10% al settore agroalimentare, un 6% al settore della carta/stampa, un 6% al settore chimico.

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Le imprese manifatturiere dell’Emilia-Romagna registrano un calo importante dell’attività economica nei primi sei mesi del 2020, sia in termini di produzione sia di vendite sul mercato interno ed estero. Anche per quanto riguarda le prospettive da qui a fine anno le aziende confermano una forte incertezza del quadro economico.

Sono i risultati dell’indagine sugli effetti del Covid per l’industria manifatturiera realizzata da Confindustria Emilia-Romagna insieme alle Associazioni Industriali della regione. Da gennaio a giugno un’azienda su quattro ha subìto cali di fatturato superiore al 30%, con punte anche dell’80%,  metà ha registrato cali di fatturato sino al 30%, solo un’impresa su cinque è riuscita a mantenere il fatturato in terreno positivo.

Anche le aspettative delle imprese per la seconda metà del 2020 sono molto caute: per un terzo il quadro rimarrà stazionario e continuerà ad essere caratterizzato da dinamiche difficili per produzione e ordini, un terzo ha aspettative di miglioramento e un terzo si aspetta un ulteriore peggioramento della situazione economica.

«Siamo ad un bivio, un momento delicato in cui non abbiamo margine di errore −  dichiara il Presidente di Confindustria Emilia-Romagna Pietro Ferrari (foto) –.   Un terzo delle imprese prevede un peggioramento della situazione: un dato preoccupante che avrà effetti negativi sulla crescita e sull’occupazione. Per contro la previsione di aziende in crescita e la dinamicità delle imprese che vediamo tutti i giorni sono il segno di un sistema che ha capacità di reazione e vede una possibilità di sviluppo. Ora è necessario fare un salto di qualità e affrontare con decisione le grandi riforme che il Paese aspetta da decenni: fisco, lavoro, giustizia civile, semplificazione. È un’occasione unica: abbiamo l’urgenza, la consapevolezza, le risorse per farlo. Altrimenti avremo un Paese più povero, meno competitivo, più indebitato e meno credibile a livello europeo».

Le traiettorie di sviluppo delineate da Confindustria Emilia-Romagna sono quelle verso cui tutti i Paesi avanzati stanno continuando ad accelerare: in primis innovazione digitale e sviluppo sostenibile.  Le sfide da affrontare sono ambientali, demografiche e sociali e non possono essere scollegate da quelle economiche e del lavoro, come delineato dagli industriali nel Piano di proposte per la ripartenza e lo sviluppo dell’Emilia-Romagna presentato ad inizio luglio e collegato al Progetto Traiettoria 2030.

«Il Recovery Fund e la programmazione dei Fondi Strutturali Europei per i prossimi sette anni  − sottolinea il Presidente Pietro Ferrari –  diventano fondamentali.  Il ruolo delle Regioni e delle imprese sarà centrale sia nella definizione degli obiettivi strategici sia nella capacità di spendere le risorse in modo efficace ed efficiente.  Per questo puntiamo ad una gestione diretta del Recovery Fund da parte delle Regioni, con scelte condivise con le imprese e tempi certi e ragionevoli, come è avvenuto sino ad oggi in Emilia-Romagna con i Fondi Europei.

Oggi vorremmo, anche a livello regionale con il nuovo Patto per il lavoro e per il clima, che si discutesse di capitale umano, di formazione, di sostenibilità economica, sociale e ambientale, di quali obiettivi ci poniamo come Paese e come regione, di come sostenere ed accelerare gli investimenti pubblici e privati.

La crisi porterà certamente ristrutturazioni o effetti negativi sull’occupazione, non si può pensare il contrario. I livelli occupazionali delle imprese non possono essere scollegati dalla domanda, dal mercato o dalle prospettive di crescita. È come saremo capaci di gestire e accompagnare questi percorsi che farà la differenza.

Dovremo essere capaci − conclude il Presidente di Confindustria Emilia-Romagna – di convergere su un modello di collaborazione tra imprese, Istituzioni e parti sociali, facendo un passo indietro nelle posizioni ideologiche per costruire una visione condivisa di medio lungo periodo. Non possiamo darci obiettivi al 2030 e ritrovarci a discutere senza la giusta prospettiva e visione».