Nell’ambito delle celebrazioni del 50° anniversario dei Morti del 7 luglio 1960, dopo l’intervento del sindaco Graziano Delrio, stasera al Parco del Popolo sono intervenuti la presidente della Provincia Sonia Masini, il vicepresidente nazionale dell’Anpi Armando Cossutta, Silvano Franchi fratello di Ovidio uno dei cinque martiri del 7 luglio 1960 in rappresentanza di tutti i familiari, Giovanni Cozzolino delegato sindacale Fiom e l’artista Moni Ovadia. L’incontro al Parco del Popolo, alla presenza dei familiari di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, di centinaia di cittadini, rappresentanti sindacali e dell’Anpi, delle delegazioni da Genova, Modena, Bologna, si è concluso con la toccante esecuzione della celebre canzone Morti di Reggio Emilia da parte di Fausto Amodei, che la compose 50 anni fa.
“La celebrazione di oggi, i fatti di allora calati nel nostro presente – ha detto fra l’altro la presidente Masini – ci aiutano a vivere il senso di ciò che accadde. E’ una giornata non di parte, perché quei fatti ci indicano la necessità oggi di essere uniti per la difesa dei valori di libertà e democrazia per i quali i giovani del 1960 morirono. Quegli spari che raggiunsero i ragazzi in questa piazza furono spari a ogni famiglia. Non c’erano all’epoca agli strumenti di informazione di oggi, ma quanto accadde e il motivo per cui era accaduto arrivarono immediatamente in ogni casa. Tutti fummo travolti, ogni coscienza civile fu colpita, tutti ci sentivamo accanto ai caduti. Da quei tragici fatti, da quell’immenso dolore abbiamo tratto lo stimolo vitale e positivo della rinascita civile e di una consolidata crescita democratica. Possiamo così dire che anche questo terribile fatto del Novecento ci ha lasciato una speranza nuova e un insegnamento che non deve far commettere altri errori. Oggi i giovani frequentano anche altre piazze, come quelle virtuali, in cui è comunque possibile portare i valori di democrazia, lavoro, solidarietà e libertà, valori che essi devono poter vivere da protagonisti”. Masini ha poi espresso “solidarietà agli organi di stampa che domani sciopereranno e che sono elemento fondamentale di conoscenza, libertà e democrazia oggi a forte rischio: diciamo no a ogni possibile compressione della libertà di informazione. E diciamo nello stesso tempo no anche a ogni tentativo di manipolazione dell’informazione”. Ai familiari dei morti del 7 luglio, Masini ha detto: “La loro ricerca della verità è la stessa ricerca di verità delle istituzioni”.
L’onorevole Cossutta, vicepresidente nazionale dell’Anpi, ha detto, nel suo appassionato intervento, che “obiettivo tanto banale, quanto barbaro e brutale del governo Tambroni era quello di dare l’esempio: morto uno, gli altri avrebbero imparato a rigare diritto. Così era Tambroni, questa linea prevalse nel governo sostenuto da Dc e Msi, sebbene una parte significativa della Dc, quella ‘di sinistra’ si dissociò e si oppose significativamente ed esplicitamente a quella scelta”. La tattica di Tambroni fallì, ha aggiunto Cossutta, “perché i fatti di Reggio Emilia, così come quelli di Genova e delle città del Sud del Paese furono un punto di svolta: l’8 luglio ci fu lo sciopero, i lavoratori incrociarono le braccia, il governo fu costretto alle dimissioni” e si ottenne la nascita del primo centrosinistra, un nuovo governo “non quello che speravano i giovani operai che morirono nella piazza di Reggio, ma pur sempre un governo repubblicano e democratico. Cominciò qui un momento nuovo della nostra storia”. Sulla dinamica dei fatti, Cossutta a sottolineato: “Andate a vedere dove sono collocate le cinque Pietre d’inciampo collocate nella piazza, nei punti in cui morirono i giovani manifestanti: sono in punti tra loro distanti, a lati opposti della piazza. Come si può dunque parlare di sommossa, di un grande plotone in marcia minaccioso contro la polizia e i carabinieri? Furono invece obiettivi singoli, distanti”.
Silvano Franchi, nella sua toccante testimonianza, ha ricordato: “Mio fratello Ovidio aveva 19 anni, io 18. Eravamo venuti in piazza per manifestare per la libertà, per cantare canzoni partigiane. Ricordo che ero venuto in motorino, in Lambretta, l’avevo parcheggiato qui vicino… Non eravamo certo dei rivoltosi, non credo che cantando canzoni della Resistenza offendessimo qualcuno. Fu una strage, si voleva punire Reggio Emilia e la sua storia antifascista con tentativi di investimento con i mezzi delle forze dell’ordine, con il lancio di lacrimogeni, poi gli spari. Alla fine furono raccolti 500 bossoli! Mentre tutte le strade di accesso e uscita erano state chiuse, tutti i portoni erano chiusi… Ma il tentativo autoritario fallì”. Riguardo al processo che si tenne poi a Milano dal dicembre ’63 al luglio ’64, finito con l’assoluzione degli imputati per “non aver commesso il fatto”, Franchi ha detto: “Aspettiamo e vogliamo giustizia. Noi familiari non siamo ancora rassegnati e cerchiamo la revisione del processo, ora con l’aiuto di un giovane avvocato. Vogliamo avere giustizia, ripristinare insieme, tutti insieme, la verità. Da un mese a questa parte ogni giorno sono cercato da almeno un giornalista, italiano o straniero. C’è molto interesse. Mi sono chiesto perché. E ho concluso che questo interesse è dovuto al fatto che la Storia, in ben 50 anni, purtroppo ha scritto poco o niente. Mentre un fatto simile avrebbe dovuto avere da tempo una giusta collocazione storica. Scriviamo dunque la verità, perché tutto quanto è accaduto e non doveva avvenire, non debba più accadere”.
“Nel 1960 – ha detto fra l’altro Moni Ovadia – divenni consapevolmente antifascista e capii che il fascismo agiva sottotraccia, il Paese non era defascistizzato e si tentava di riportarlo indietro. Quei cinque giovani morirono per noi, noi viviamo per loro, per quello che hanno testimoniato, tenendo presente quei due testi sacri, di una sacralità laica, che sono la Costituzione repubblicana e la Carta universale dei diritti dell’uomo, che è stata scritta tenendo come riferimento proprio la nostra Costituzione”.
Giovanni Cozzolino ha evidenziato “l’importanza vitale e la necessità di mantenere la democrazia e i diritti conquistanti anche nei luoghi di lavoro. La storia non è il passato, ma quello che è stato costruito per la libertà e i diritti di tutti”.





