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Filippi (PDL): Foibe reggiane, episodi dimenticati

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Le foibe non rappresentano solo la testimonianza di una pagina nera del comunismo nazionale ed internazionale una, storia di eccidi spietati compiuti fra il 1943 e il 1947 a Trieste, in Istria e in Dalmazia a danno di italiani, ma anche una occasione per riflettere su episodi, di eguale ferocia, che si sono verificati, nello stesso periodo, anche nel reggiano e precisamente a Baiso, Carpineti e Viano.

A tal proposito riporto la testimonianza di un ex abitante di Baiso che è stato testimone di episodi che nulla hanno a che fare con la Resistenza, ma che anzi la disonorano.

Questo giovane testimone, che all’epoca aveva solo sedici anni, mosso da pietà verso persone barbaramente trucidate, ha deciso di raccontarmi la sua esperienza, dopo 65 anni dai tragici fatti a cui ha assistito in quanto era stato pagato dal Comune di Baiso, nella seconda metà del 1945, per andare a disseppellire i corpi dei militari tedeschi e dei civili, giustiziati dal partigiani comunisti dei G.A.P. che combattevano in quelle terre.

“ Ricordo dice il teste, che fra i cadaveri che siamo andati a raccogliere, vi era l’architetto Carlo Di Stefano, marito della farmacista di Baiso Gherarda Gherardi. La moglie, venne trucidata a Montelucino nel 1945, solo perché lamentava la scomparsa del marito. In località Monti di Baiso, due soldati tedeschi, catturati dai partigiani, per alcuni giorni vennero obbligati nella notte a correre nudi nella neve, attorno alla stalla, cantando “bandiera rossa” e furono poi uccisi e sepolti in un campo sottostante, e quando li disseppellimmo, uno di loro era senza testa. Uno degli episodi più toccanti accadde a Borgo Visignolo, in una stalla, dove partigiani avevano portato i loro prigionieri, sia militari che civili. I prigionieri vennero costretti, con le mani legate, a salire su un colle lì vicino, in cima al quale vi era un dirupo con oltre 50 metri di precipizio. Arrivati sopra al dirupo, i prigionieri vennero spinti nel vuoto, morendo così a causa della caduta. Noi fummo incaricati di disseppellire anche questi. Fra di loro vi erano anche la moglie e la figlia sedicenne di un fascista di San Giovanni di Querciola che, portate nel rifugio di Visignolo, furono a lungo violentate e torturate. Ricordo bene che, a quei tempi, alcuni abitanti del Borgo raccontarono di aver sentito le loro urla.

Altri due sono gli infoibati originari delle nostre terre e mai ricordati. Vasco Cassinadri nativo della Tintoria di Casina, era attivo nella Milizia Portuale di Trieste, catturato dai titini venne anche lui infoibato, aveva ventisei anni. Oggi il suo nome è riportato nel monumento ai Caduti di Casina. Ancora, Remo Lugari, di professione maestro, originario di Levizzano di Baiso, durante la guerra era impegnato nell’aeronautica italiana, colpito il suo aereo da un velivolo inglese Spitfire a Monte Nevoso a quindici chilometri da Fiume, venne catturato, ucciso e infoibato, aveva ventiquattro anni, sua moglie Alma era allora incinta. Nel tentativo di salvarsi si era gettato con il paracadute, individuato dai titini non ebbe scampo. Stessa sorte toccò al suo compagno copilota.

Storie drammatiche che ci riportano ad un periodo tragico della nostra storia.

Anche per questo ritengo sia stato giusto promuovere l’incontro, non istituzionale, che si terrà giovedì 3 febbraio, alle ore 20,30 presso l’Hotel Europa, per ricordate le vittime delle foibe, vicine e lontane.

(Fabio Filippi)