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Bologna, Raee in carcere: risorsa non solo rifiuti

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Dare nuova vita ai rifiuti, una ricchezza economica ma anche sociale, per ricostruirsi una vita nuova. Dopo, ma ancor più durante; mentre si sta scontando una pena e ogni possibilità di ricominciare appare lontana. Affonda qui la sua ragion d’essere l’impianto di trattamento Raee (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche e Elettroniche) inaugurato tre anni fa, nella Casa Circondariale di Bologna, dopo una iniziativa europea e una lunga fase sperimentale.

Una realtà economico-produttiva che dis-assemblando rifiuti elettronici assume una fortissima valenza sociale perché, senza varcare il cancello della Dozza (il vero valore aggiunto), il laboratorio Raee di It2 e Cefal ora significa tre detenuti assunti con regolare contratto (ma le persone che sono ‘transitate’ nel triennio, anche con borse lavoro, sono in tutto 8) e 527,62 tonnellate di rifiuti grandi bianchi (per es. lavatrici, forni, lavastoviglie etc) lavorati e avviati al recupero.

Ramo d’impresa della cooperativa sociale It2, partner del Cefal (ente di formazione di Mcl) in tanti progetti di sviluppo, l’impianto di recupero Raee in via del Gomito nasce come «risposta innovativa ad un duplice bisogno: creare occupazione nel settore ambientale che, per l’Europa, è strategico. E, al contempo, offrire l’opportunità di un inserimento socio-lavorativo a chi è in esecuzione di pena», spiega Giacomo Sarti, coordinatore Area Sociale del Cefal. Perché, aggiunge Sarti, «istruzione, formazione e lavoro sono i presupposti indispensabili per generare cambiamenti positivi e investire nelle risorse umane, tutte, può diventare una voce importante per un buon welfare che, oltretutto, avrebbe inevitabili ricadute sul fronte della sicurezza». Un’operazione che, muovendosi nella direzione di un migliore inserimento nell’ambito della comunità, riesce ad abbattere i costi sociali e ad innalzare il livello di sicurezza.

Un progetto senza precedenti che, traendo linfa inizialmente da fondi stanziati dalla Provincia di Bologna, ha il pregio di mettere a sistema, facendoli interagire, diversi attori: istituzioni, privato sociale, impresa profit e no profit. Mettendo nomi e cognomi: Amministrazione penitenziaria regionale, Regione Emilia Romagna, Casa circondariale di Bologna, consorzio Ecodom (che, via Dismeco, affida il lavoro al laboratorio Raee della Dozza), Cefal e It2. Con una cabina di regia regionale.

Una unicità che si esplica su più fronti. E che, «nonostante tutte le difficoltà figlie della crisi economica e la complessità logistica di un simile lavoro svolto all’interno di una Casa Circondariale, ci dà soddisfazione e ci riempie orgoglio sia per i risultati raggiunti sia per la sostenibilità economica e ambientale del progetto. I numeri, ancorché piccoli – osserva Daniele Steccanella, responsabile dell’attività per la cooperativa sociale it2 -, sono significativi perché si concretizzano in opportunità di inserimento lavorativo dentro e anche fuori dalla Casa Circondariale. Tanto è vero che, in questo momento, it2 è il primo datore di lavoro privato all’interno del carcere di Bologna con i suoi 3 dipendenti in forza».

Abbattere un muro alla Dozza Casa Circondariale per far posto al laboratorio: nulla è dato per scontato nel Raee di via del Gomito; protocolli d’intesa ne regolano ogni passaggio. Anche minimo. «Occorre un approccio estremamente professionale», avverte il coordinatore Area Sociale del Cefal. Nulla s’improvvisa. Al punto che, a monte, il Cefal mette a punto corsi di formazione specifici mirati alle mansioni che i detenuti andranno a svolgere.

Un gradino dopo l’altro che ogni recluso percorre ben consapevole che il laboratorio Raee non è il fine, ma il mezzo. Uno strumento per il dopo, per reinserirsi nella società, mettendo a frutto capacità forse dimenticate. E’ la filosofia di It2, cooperativa sociale che ha trovato la sua via nell’impresa di transizione. «Con il Raee – conclude Steccanella – si vuole aiutare a trovare lavoro attraverso il lavoro». L’impresa di transizione «si rivolge, infatti, alle persone che provengono da condizioni difficili, ma con un potenziale. E che, prima di entrare in realtà produttive “non protette”, hanno bisogno di un inserimento graduale e personalizzato».