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Gomme più care: quanto pesa il cerchio grande e quanto il barile di petrolio

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Il prezzo di uno pneumatico si costruisce quasi per intero a monte dello scaffale. Da una parte ci sono le materie prime e l’energia necessaria a trasformarle, dall’altra la misura del prodotto finito, che stabilisce quanta di quella materia serve per farne uno. Sono due variabili che negli ultimi tre anni si sono mosse insieme, e nella stessa direzione.

Un pollice in più, e il conto cambia

Il primo fattore è quello che l’automobilista subisce senza averlo scelto, perché arriva insieme all’auto nuova. Secondo le rilevazioni della piattaforma 1link di epyx, riprese da Fleet Magazine nel maggio del 2026, il diametro medio degli pneumatici installati sulle vetture è cresciuto di circa due centimetri e mezzo rispetto al 2023. Tradotto in pollici, le vetture a motore termico oggi montano mediamente coperture da 18 pollici contro i 17 di tre anni prima, con un incremento di costo vicino al 12%. Sulle elettriche il passaggio è stato da 18 a 19 pollici, con un rincaro stimato del 12,6%.

Dietro questo slittamento c’è la composizione del mercato, dominato da SUV e crossover che adottano ruote di diametro maggiore anche per ragioni di immagine. L’effetto però non si esaurisce al momento dell’acquisto. Una copertura più larga e con spalla più bassa risulta più esposta alle forature e ai danni da impatto contro cordoli e marciapiedi, il che aumenta la frequenza delle sostituzioni e finisce per incidere sul costo complessivo di gestione più di quanto suggerisca il solo listino.

Sessanta per cento del costo esce da un barile

Il secondo fattore riguarda la fabbrica. Una quota compresa tra il 60% e il 70% del costo di produzione di uno pneumatico dipende da derivati del petrolio, dalla gomma sintetica al nerofumo fino ai composti chimici. Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente i prezzi della gomma naturale sono saliti di oltre il 40%, quelli della sintetica di oltre il 30%, mentre i prodotti chimici hanno registrato incrementi superiori al 40%. A questi si sommano i costi energetici della lavorazione, dato che miscelazione e vulcanizzazione sono fasi fortemente energivore, un meccanismo che in un distretto abituato a ragionare sui costi di cottura non ha bisogno di troppe spiegazioni. Chiude il quadro la logistica, perché gli pneumatici restano una merce pesante da movimentare e il costo del gasolio si scarica direttamente sulla distribuzione.

Sul piano pratico il confronto conviene farlo restringendo il campo a una sola marca e a una sola misura, così le variabili in gioco restano poche e il raffronto ha un senso. EuroimportPneumatici ha una pagina dedicata ai listini Michelin ordinati per misura, e mettere in fila due generazioni consecutive dello stesso modello nella stessa calettatura è il modo più rapido per isolare quanto pesa il salto di pollice rispetto a quanto pesa il rincaro delle materie prime.

Che cosa si vede sullo scaffale

Il rincaro non ha risparmiato la fascia bassa, che è poi il dato meno intuitivo. Le elaborazioni GfK Italia relative al periodo compreso fra il 2022 e il 2024 registrano aumenti fra il 2,6% e il 19% su tutte le misure più diffuse, con punte a due cifre proprio sulle calettature montate da utilitarie e city car. La 185/65 R15, tipica delle vetture di segmento B, ha segnato un +19%. Il rialzo, insomma, ha colpito con più forza chi ha meno margine per assorbirlo.

Per chi deve cambiare adesso resta un margine di manovra che quasi nessuno sfrutta. La carta di circolazione ammette di norma più di una misura omologata per lo stesso veicolo, e scendere di un pollice quando il costruttore lo consente riduce insieme il prezzo d’acquisto e l’esposizione ai danni da buca. Conviene chiederlo al gommista prima di ordinare, perché quelle alternative sul libretto ci sono quasi sempre e quasi nessuno le va a leggere.