
In occasione della presentazione di Festivalfilosofia 2026, dedicato al tema del Caos, Massimo Cacciari ha proposto una riflessione sul significato più autentico di questa parola, liberandola dall’idea comune di disordine e confusione. Per il filosofo, il caos è innanzitutto una condizione di vuoto e di apertura, uno spazio in cui gli equilibri del passato sono venuti meno e il futuro deve ancora prendere forma.
Un discorso che intreccia filosofia, storia, politica e scienza per leggere il tempo presente e interrogarsi sulle possibilità che si aprono davanti a noi. Di seguito, il testo integrale del suo intervento.
“C’è un aspetto che è stato solo accennato. Il caos, etimologicamente, non significa né disordine né confusione. Significa piuttosto vuoto. Significa una condizione di apertura che rende, in qualche modo, tutto possibile.
Io credo che la situazione che viviamo oggi assomigli proprio a questo caos. Non al disordine, perché il disordine implica la presenza di fattori, di soggetti che conosciamo: sono lì, semplicemente in una condizione disordinata. Ma li conosciamo, e quindi possiamo immaginare di ricomporli in un nuovo ordine.
La situazione attuale è diversa. Oggi non sappiamo a chi rivolgerci, non sappiamo quali saranno i fattori fondamentali sui quali domani si potrà ricostruire un ordine.
Questo, lo ripeto, è un problema che sto formulando in termini storici, politici e sociologici, ma è anche un problema formale, analitico; è una questione che va affrontata persino sul terreno propriamente scientifico. Nel festival troverete tutte queste modalità di confronto con questo tema.
Certo, all’opinione pubblica, e in fondo anche a tutti noi, interesserà soprattutto capire qualcosa di più del mondo in cui viviamo, della situazione in cui ci troviamo. Per questo la maggior parte degli interventi, in una forma o nell’altra, ruota attorno a questa dimensione. Ma non bisogna mai dimenticare l’altro aspetto, che è fondamentale.
È fondamentale capire che cosa significhi davvero il vuoto. Vuoto non vuol dire “nulla”. Il vuoto è una condizione di apertura a ogni possibilità, anche alle più imprevedibili.
Credo che lo stato di insicurezza e, a volte, persino di angoscia che proviamo di fronte alla situazione che stiamo vivendo corrisponda proprio a questa realtà.
È un vuoto.
La strada davanti a noi non c’è più, oppure si è interrotta. Dobbiamo saltare. E quando salti, sotto i piedi non hai una strada: hai un vuoto. Forse è proprio questa la situazione in cui ci troviamo.
Dobbiamo saltare, e l’altra sponda, quella che ci aspetta, è ancora invisibile. Ma se questo vuoto viene analizzato come si deve, forse possiamo trovare al suo interno delle indicazioni sulle possibilità che ci attendono.
Indagare il vuoto per capire se contiene già qualche segnale: credo che sia questo ciò che tutti, nei nostri lavori e nelle nostre professioni, stiamo cercando di fare.
Comprendere che certi antichi ordini sono forse definitivamente crollati; capire che il salto è inevitabile; ma anche domandarci se, dentro questo vuoto, esista qualcosa che possa indicarci una direzione. Siamo tutti affacciati su questo vuoto, a cercare di coglierne i segni. Credo che questa sia la condizione esistenziale nella quale ci troviamo.
Non è una condizione piacevole, certo, ma non è nemmeno disperata. Perché, se il vuoto è davvero ciò che ho cercato di descrivere, allora al suo interno devono necessariamente esistere delle possibilità.
E se sapremo prestargli attenzione, se sapremo lavorare dentro questa condizione, allora forse il salto riuscirà”.




