
“Dobbiamo armarci e sparare alle gambe a questi schifosi e poi al sindaco.”
È uno dei commenti comparsi in queste ore sui social, sotto un post del consigliere comunale Lucenti.
Leggerlo mi ha provocato innanzitutto una profonda delusione. E, lo ammetto, anche inquietudine.
Non tanto perché quelle parole siano rivolte a me. Chi sceglie di fare il Sindaco sa di esporsi alle critiche, alle contestazioni e anche agli attacchi più duri. Fa parte della responsabilità che ci si assume.
Quello che mi colpisce è la facilità con cui si arriva a parlare di armi, di sparare alle persone, di violenza fisica. Come se fosse semplicemente un modo più forte per esprimere rabbia.
Non lo è.
E trovo particolarmente preoccupante che commenti di questo genere compaiano sotto i post di consiglieri comunali, cioè di persone che, pur nelle legittime differenze politiche, ricoprono un ruolo nelle istituzioni cittadine.
Pochi giorni fa anche il Sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha denunciato una grave minaccia ricevuta sui social. Episodi che devono farci riflettere prima che ci si abitui all’idea che il linguaggio della violenza possa diventare parte normale del confronto pubblico.
Si può criticare un Sindaco. Si può contestare una scelta dell’Amministrazione. Si può essere arrabbiati, delusi, usare parole durissime.
Ma c’è un confine che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello della violenza.
Sassuolo e la nostra terra sono cresciute sul senso del dovere, sul rispetto e sulla responsabilità verso gli altri. Generazioni con idee e storie profondamente diverse hanno saputo lavorare insieme, costruendo comunità, imprese, servizi e opportunità.
È un’eredità che abbiamo il dovere di custodire: si può discutere, anche duramente, senza trasformare chi la pensa diversamente in qualcuno da odiare, da colpire o contro cui armarsi.
Quanto scritto sarà naturalmente segnalato alle autorità competenti. Non per impedire la critica né per cercare solidarietà personale, ma perché una minaccia di violenza non può diventare una normale forma di espressione sui social.
Continuerò ad ascoltare sempre chi legittimamente critica, protesta e non condivide le nostre scelte.
Ma almeno su una cosa dovremmo riuscire a ritrovarci tutti: possiamo dividerci sulle opinioni senza smettere di riconoscerci come parte della stessa comunità.
Perché le parole che scegliamo raccontano proprio la comunità che vogliamo essere. E io non mi rassegno ad una comunità in cui la violenza e l’odio prevalgono.




